Frequentandoti e frequentando il tuo studio ho notato la tua particolare passione collezionistica; immagini di santi, miniature, oggetti dei più disparati, accomunati da un’iconografia popolare e soprattutto da una generale estetica kitsch, un’idea di bellezza eccessiva, sovraccarica, una sorta di barocco contemporaneo "prêt à porter", se mi passi il termine. Quanta distanza (o vicinanza) intercorre tra il tuo lavoro, la sua progettualità, e questa piccola wunderkammer privata?

 

Ogni collezione è un teatro della memoria individuale ma anche collettiva. La memoria diventa presente con gli oggetti. Non colleziono nè in modo sistematico nè con preferenze precise. Mi spingono la passione e la curiosità, che spesso si trovano alla base dell'atto creativo. Non vado alla ricerca degli oggetti, penso che siano loro a trovare me. Se gli oggetti fossero parole, potrei dire che il mio lavoro consiste nell' accostare parole accanto ad altre parole, per completare una frase della quale percepisco solo il suono ma non il significato. Nel mio lavoro il termine "eccessivo" non lo accosterei all'idea di caos, piuttosto alla volontà di gestire e di ordinare un flusso di pensieri simultanei. Tempo fa la mia libreria crollò e tutti i libri si sparsero a terra. Come un bibliotecario mi misi a rimettere ordine secondo una logica che mi pareva accettabile quel giorno. Eppure continuo a spostare e accostare i singoli libri per ragioni che seguono di giorno in giorno sistematiche diverse, accostando temi o colori dei dorsi, autori o collane di case editrici. Scelte che seguono logiche di carattere estetico o di contenuto, formali o scientifiche.

 

 

L’orizzonte culturale lungo il quale ti muovi è un ponte tra presenze italiane ed elementi mitteleuropei; insomma tra la Venezia dei tuoi studi e l‘asse Vienna/Salisburgo/Bolzano le impressioni visive di due mondi sembrano confondersi. Credo che il termine barocco (di ascendenza nordica) possa essere accostato al tuo lavoro nel senso di una prevalenza in esso di un valore "ottico", di una percezione fluttuante ed eterogenea della forme e delle modalità nelle quali si manifesta, ma percepisco anche la volontà di mantenere un principio di "linearità", prettamente italiano, di organizzazione del piano visivo. Talvolta i tuoi lavori assumono una forma ambigua, è come se conferissero a chi guarda l‘impressione di poterne toccare i margini, le singole tessere delle quali sono composti, ma al tempo stesso ne dissolvessero la continuità, andando nella direzione di una forma aperta, mutevole, complessa. Come percepisci questa dialettica interna al tuo lavoro, questa sua dicotomia formale e contenutistica?

 

Vivo prevalentemente in Alto Adige/Südtirol, terra di confine, dove si parlano tre lingue, un corridoio naturale che è da sempre al centro di scambi e di movimenti tra nord e sud. Una terra ricca di cultura ma dove l’orrizzonte è interrotto dalle montagne. Questa particolarità è fattore di ricchezza ma al tempo stesso può generare una tendenza isolazionista e di conseguenza una certa mancanza di respiro intellettuale. Provicia di montagna, dicevo, in cui la dimensione favolistica ed il piano della realtà spesso si sovrappongono, dove l’arte popolare e la religiosità sono ancora parte della cultura vissuta. Sono cresciuto in questo ambiente e in questo senso posso considerarmi un artista provinciale. La televisione la guardo raramente. Non so se la trasmissione BLOG di Enrico Ghezzi va ancora in onda. Una specie di quotidiana performance artistica in prima serata. Singole tessere di programmi del giorno prima vengono mixati come fossero brani di musica. Re-masterizzati creano un nuovo flusso di immagini che raccontano una nuova storia, seguono una nuova trama anche se usano frame di film che in origine parlavano di tuttaltro. Il mio lavoro (o la mia testa) funziona secondo input simili. Come gestire tutte le informazioni, tutte le immagini che quotidianamente incidono come missili sulle nostre menti? La mia scelta è quella di assorbire, archiviare per poi ordinare, spesso in modo lineare, ma prevalentemente in modo associativo. Escludo, cancello tanti elementi di ciò che offre il supermercato dell'informazione, per sottolinearne altri e durante questo processo mi accorgo che tutto si scontra e allo stesso tempo si specchia con la mia formazione culturale. Se c'è un aspetto barocco nel mio lavoro (termine che proviene dalla lingua portogese e descrive perle non regolari, berrueca perle irregolari, strane) sta nella libertà di gestire e di far convivere generi, segni e temi che in un primo momento sembrano lontani tra loro. ma che di fatto trovano un equilibrio e instaurano una situazione di convivenza, così come accade nel mondo nel quale viviamo, una realtà in cui dimensione virtuale e dimensione del possibile corrono parallelamente, spessso sovrapponendosi. Se in questo mi sento semplicemente "figlio del nostro tempo", ho tuttavia ben chiara la necessità di non subire tutto questo ma, in parte, anche di agirlo. La palestra dell'atelier, visto come luogo di studio, di approfondimento e di giuoco, è il luogo dove tutte queste informazioni possono diventare armi. Se da una parte scelgo la perfezione formale, il valore "ottico" in un lavoro, il disegno complessivo, il suo significato finisce col prendere altre vie, lasciando che la visione percorra un itinerario imprevisto, "irregolare", gli angoli ciechi, ciò che sta in disparte. Non mi interessa l‘affermazione, lo statement chiaro e ad alta voce. Ho avuto da sempre dubbi su coloro che sanno. Mi interessano più coloro che hanno dubbi.

 

 

Credo che l’arte in sè, nel suo aprire dei percorsi alternativi alle dinamiche di omologazione del pensiero e del comportamento, costituisca un momento "politico", certo non ideologico, non "sociale", ma pur sempre determinante una posizione, una messa in dubbio. Come hai affermato, nel tuo lavoro hai spesso utilizzato simbologie o attivato situazioni che rimandano alla storia del presente, alla sua dimensione fatta di paradossi economici, di situazioni culturali o sociali molto distanti, praticamente inconciliabili e che tuttavia "vivono" simultaneamente; penso per esempio al progetto sul ponte di Bolzano dove hai fatto installare dei punti di ritrovo con caloriferi e insegne al neon con nomi femminili che rimandavano alla presenza delle prostitute, oppure alla mostra Politics o ancora ad una serie di simboli che immetti nei lavori pittorici o nelle sculture (dalle saponette di marsiglia riprodotte in bronzo/oro al lavoro a pavimento incentrato sulla figura dell’homeless). Un’altra iconografia alla quale spesso hai fatto riferimento è quella legata alla religione, alla dimensione del sacro.

 

Mi sento un artista politico. Con una coscienza politica. Prendo posizioni nel dibattito politico, mi schiero e continuo a credere nei principi dell' umanesimo come fattore fondamentale della convivenza sociale. L’arte "politica" la trovo cinica. L’artista forse è piuttosto un moderno giullare di corte, quel personaggio che fa divertire i potenti ma ha anche la libertà di criticare, di girare lo specchio verso la platea, di far intravedere il retro della medaglia. Nei miei lavori nell’ambito pubblico la mia mente lavora seguendo questa tradizione. Sposto l’attenzione, reinterpreto significati, cerco di disinnescare le convenzioni, le situazioni cristallizzate, e non ultimo uso lo strumento della satira, forse il più difficile da gestire ma anche uno dei più efficaci. Come tanti della mia generazione ho avuto un’educazione cristiana. Un mondo fatto di rituali, di segni, leggi, parole, raccomandamenti, divieti e significati. La chiesa cattolica è una ditta globale la cui comporate identiti si afferma da millenni. Non cè distinzione tra arte "alta" e "bassa". Tutto serve a trasportare e trasmettere il verbo e la mission della ditta. Fin dall'inizio del mio percorso artistico ho studiato l’iconografia cristiana, osservandola con interesse particolare. Mi affascina come questi segni “funzionano“ e continuano ad essere recepiti e letti dalle persone. Nel lavoro Politics ho usato il coniglio come un animale che è un vero e proprio "ricettacolo" di segni. Più che un animale direi che è un simbolo; nella tradizione cristiana ha una forte connotazione e vari significati liturgici, nella tradizione popolare assume altre valenze ancora e nel mondo contemporaneo è anche un'icona planetaria legata ad un giornale per adulti. Ecco mi interessa questa ambiguità, questi passaggi tra "alto" e "basso", in cui la religiosità, il fattore politico e quello sociale e massmediatico si intrecciano quasi senza soluzione di continuità.

 

 

Negli ultimi anni hai portato avanti il tuo lavoro su diversi piani, aprendolo in un certo senso a percorsi "imprevisti", proseguendo da un lato nello sviluppo dei tuoi apparati simbolici (ho visto un lavoro su carta di grandi dimensioni che sembra quasi una summa della tua iconografia) ma anche realizzando sculture e opere su tavola, cartone e stoffa, che presentano elementi estetici e formali diversificati, dall’ironia pop e dall’apparente lusso (tutto visivo) degli oggetti e delle cornici galvanizzate, al registro più decorativo/ottico/architettonico dei lavori realizzati con il cartone, a quello tragico dei dipinti degli "still.life", con la loro frontalità e la loro oggettività nel presentare questa sorta di doppia perdita, derivata dal mancato riconoscimento, anche dopo la morte, dell’identità delle persone ritratte. Una mostra pubblica è anche un’opportunità di rilettura, in un contesto più ampio e da una certa distanza, del proprio lavoro; quale valenza ha per te questa situazione?

 

La verità è che ci muoviamo in cerchio. Ogni punto di partenza ci porta all’inizio, alla fine, o viceversa. Sono nato pittore eseguendo lavori nei quali la scenografia e la costruzione possono ricordare una sorta di teatro mnemonico. Questa memoria è frutto dell’esperienza della propria vita ma anche del sapere acquisito, della sensibilità dello sguardo attraverso il quale si vede il mondo. Segni, significati, colori sono parte del nostro paesaggio, dell’architettura, della vita quotidiana. Arte è illusione, teatro, rappresentazione, finzione. Consapevole di questo non ho pregiudizi nè riserve ad intrapprendere viaggi in campi che escono dalla tela. La nostra sensibilità può attraversare non solo la tela, ma anche l'oggetto, lo spazio architettonico, i luoghi; tutto diviene materiale da tradurre attraverso un personale linguaggio. Ogni singolo lavoro diviene la singola lettera di una frase la cui sintassi deve ancora essere definita, in continuo arricchimento. Il lavoro su carta di grandi dimensioni cui ti riferisci è costruito su fogli che hanno già tracce di lavoro. Sono fogli del registro di un vecchio libro dell’albergo Grifone di Bolzano. Una specie di diario, già scritto, un qualcosa che è "già stato", sul quale non ho fatto altro che aggiungere i miei segni, le immagini, le fotografie, gli appunti del mio personale teatro mnemonico. I soldatini che formano le sculture hellcome§welcome sono identici a quelli che persone adulte nel tempo libero usano per costruire scenari di guerra, le corna di cervo sono corna di cervo; il mondo esiste già, non serve inventarlo, eppure si possono reinventarne i rapporti di forza, i piani visivi. Io mi muovo in cerchio, spostando l’attenzione, mischiando le carte, e in un certo modo attuo una cencellazione; cancello, nacondo, copro, e ricostruisco.

 

 

Questa “eccedenza” , che possiamo percepire o situare nel lavoro ma non descrivere, non è qualcosa che si teorizza o che si organizza a priori, ma nasce nel divenire stesso del lavoro, nelle dinamiche, le più diverse, che ti portano a realizzarlo.  Se questa lettura ti stimola e ti sembra pertinente, mi piacerebbe tu mi parlassi del modo in cui sei arrivato a sviluppare alcuni lavori piuttosto che altri, di alcuni elementi che stanno “dietro” ad alcune opere o interventi specifici da te realizzati in questi anni.

 

Sottoscrivo i tuoi pensieri, e aggiungo: quando due bambini spezzano in due un ramo e ognuno dei due ne conserva una parte, il pezzo singolo diventa il missing link, una prova di appartenenza. Nel momento in cu i due ragazzi si incontreranno nuovamente ed uniranno i due pezzi sapranno di appartenere alla stessa tribù. Il symbolon è un distintivo che mostra a due frazioni di appartenere alla stessa frazione. Un code o un password per accedere ad una comunità. Nella tradizione romantica la simbologia è simile alla rivelazione. L’allegoria tramuta l’apparenza in significato. Tutto diventa allegoria. Ogni simbolo è traduzione in segno di un concetto, di un pensiero, di un discorso. Nel mio lavoro l’allegoria, il segno come traduzione di significato acquisito nella storia o in contesti ristretti ha importanza marginale. La mia mente funziona come un nodo borromeo. Significati diversi dello stesso segno si intrecciano, si eliminano o si rafforzano. Non mi interessa il segno come affermazione ma come strumento che elude, che sfuoca o che distrae. La sospensione di Barthes che citi, la interpreto come un lavoro di rottura e di trasmutamento che va oltre il significato stretto del segno stesso. Mi sento più vicino all’arte popolare ed a quello strano universo di segni e significati che spesso sono di lettura ambivalente. Mentre studiavo ho incominciato a lavorare nel settore della grafica per necessità economica. Lavoro parallelo al lavoro artistico, che da necessità economica è diventato lavoro complementare all’arte. Organizzare parole ed immagini su un foglio, progettare un marchio, comprimere significati e concetti su uno spazio bidimensionale ha similitudini progettuali con il "fare" arte. Non credo a discipline professionali distinte ma all'entusiasmo e alla curiosità che spinge ad indagare a tutto campo. In questo senso, e forse inconsciamente, "costruisco" le mie opere anche attraverso elementi grafici, oppure servendomi di uno spazio organizzato secondo una sensibilità estetica ereditata dalla esperienza pubblicitaria ed editoriale. Un logo d’azienda in fondo non è nient’altro che un segno che comprime un senso, una sensazione. Credo che l’arte non spiegi nulla e non riveli nulla. Anzi, oscura e ci porta altrove. "Eretismo perpetuo" che nel momento dell’affermazione rimette in gioco l’affermazione stessa. Il simbolo come elemento dell’alfabeto degli analfabeti nella sua essenza è discorsivo, aperto, interpretabile a seconda del contesto in cui appare. Mi sento fratello di Barthes quando racconta di un viaggio all’estero e della lingua di quel luogo che egli non comprende ma di cui sente l’essenza del significato. Questo sentire, comprendere e tramutare diventa il respiro della propria sensibilità.

 

 

Dal tuo lavoro traspare il fascino e l’interesse per una certa cultura visiva che, a grandi linee, si potrebbe identificare con una serie di autori divenuti internazionalmente noti tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta (dalla pittura di Salle alla scultura di Koons), ma anche una sensibilità comune con una generazione di artisti italiani come Riello o Cannavacciuolo, per citare i primi che mi vengono in mente. Il problema del “credito formale”, per la facilità di accesso alle immagini e all’ informazione (compresa quella culturale) che contraddistingue la nostra società, è vissuto nel mondo artistico contemporaneo più come un disagio che come una possibilità di arricchimento. Che opinione hai rispetto a questa possibilità per un artista di riflettere “in tempo reale” rispetto al contesto specifico dell’arte del suo tempo?

 

Ho studiato da Emilio Vedova a Venezia e respirato l'arte informale come esercizio quotidiano, ma non ho mai assorbito questo linguaggio. Da Vedova ho imparato l'etica del mestiere da artista, la serietà, il ritmo di lavoro. Forse la mia generazione è stata la prima a non avere un approccio storicistico col passato, neppure col passato più recente; ha goduto di una grande libertà sia stilistica che comportamentale. Questo non l'ho mai percepito come uno svantaggio, bensì come una grande opportunità, una profonda libertà per la nostra ricerca. Per quanto riguarda i debiti formali ribadisco, ma è una mia percezione, che Il mondo cristiano di cui possiamo essere partecipi, attivi o meno, ci circonda. Contrariamente al mondo islamico, da sempre iconoclasta, il mondo cristiano è costruito proprio sulla forza e sulla capacità seduttiva delle immagini; se ho un debito formale è proprio rispetto a questo universo iconografico.