( …) L’arte di Dall’O gioca per slittamenti e derive, sempre sugli angoli nascosti delle cose ovvie. L’autore parte dalle forme tangibili del quotidiano, dagli oggetti e dalle immagini che ogni giorno ci toccano e intaccano. Solo a quel punto inizia il montaggio ad accostamento variabile, frutto di ispirazioni dell’istante, di ponderati legami ma anche di stridenti contrasti semantici. Ha detto bene Valerio Dehò quando (“Republic of Welcome”, Damiani, 2006) ha parlato di files occidentali, dicendo che “dispensano la loro memoria, ma lo fanno in modo apparentemente disordinato. In effetti, cercano di uscire dal tempo del passato e si aprono su di un eterno presente”. Le opere, specchio riformulante del reale, vivono sulle meccaniche dell’incontro libero, salgono e scendono di tono e volume, creano contrasti e improvvise fusioni. Crescono come pulsazioni diseguali che si articolano in un singolo organismo. L’arte firmata Dall’O mi fa pensare all’universo nascosto del corpo umano, ai dinamismi paralleli che si incrociano sottopelle. Come l’organismo mescola senza confondere, così l’artista accosta senza disperdere, dando all’immagine la qualità intensa di un deciso atto morale.