Le immagini della morte fanno capire che alla fine della vita, sono soltanto loro che rimangono. Le immagini dei morti, gli stilleben dedicati alla natura che si approssima al  declino, la contemplazione della fine, sono prove della fine dell’uomo. L’anima degli esseri viventi è la vita. Le immagini sono un prolungamento artificiale del mondo biologico, di ciò che è andato via per sempre assorbito dall’immobilità e dall’inanimato. Quello che rimane del giorno, dell’esistenza, sono appunto queste tracce labili, tremendamente serie o grottesche, forse tragiche. Arnold Mario Dall’O ha compreso che scaricare foto da internet attorno ai morti ammazzati in giro per il mondo equivaleva a continuare a pensare alla morte come traccia presso i viventi. La morte non la conosciamo veramente perché come diceva Lucrezio “quando lei c’è noi non ci siamo”. La possiamo solo immaginare e temere. Ma è presente in tutta l’arte occidentale come fantasma e fantasmi sono anche le immagini, secondo soprattutto la grande intuizione di Aby Warburg. Lo stesso Damien Hirst, che ha lavorato realmente in un obitorio, alla morte ha dato un senso contemporaneo, ma con “L’Impossibilità fisica della morte nel pensiero di un vivente” ( il famoso squalo sotto formalina recentemente ricomprato dall’artista ) ha chiarito che stava dalla parte della filosofia occidentale

Dall’O lavora da sempre su quelli che ho chiamato “western files”, sugli archivi delle immagini occidentali, sulle ricorrenze e sopravvivenze tra le culture tradizionali e quelle contemporanea. E’ un artista che lavora sul visivo e in questo modo scopre assonanze straordinarie e affascinanti tra i simboli. Tutto il suo lavoro ha a che vedere con la “trasmigrazione simbolica” (R. Wittkover) e quindi con la particolare vitalità di questi segni iconici a cambiare di significato nel corso dei secoli, attualizzandosi nelle varie epoche, ma nello stesso tempo portandosi dietro sempre qualcosa del proprio passato, della propria nascita. Anche la morte ha subito lo stesso processo per cui la sua rappresentazione, anche nell’epoca dei ready mades, è qualcosa che arcano ma sempre di nuovo. Arnold Mario Dall’O ha avuto l’intuizione di porre sullo stesso piano le opere che richiamano la natura morta come la si conosce da Caravaggio e i fiamminghi in poi, con le foto dei morti ignoti raccolte dal web. Sono sullo stesso piano perché l’artista opera sul piano del visivo e non del significato specifico, crea una nuova semantica  a partire dal trovato, dal già dato. E nella poetica di questo suo progetto entra anche una cosa fondamentale che è costituita dalla tecnica. La sua pittura restituisce il senso dal fare tradizionale, le sue nature morte sono un omaggio al tempo che trascorre anche da punto di vista della costruzione e della scelta tecnica. Per realizzare questi “quadri” Dall’O impiega giorni, ricostruendo una texture di pixel con il pennello e quindi facendo riappropriare da parte della pittura il mondo digitale.

Operazione sofisticata, profonda che soprattutto accostata ad un progetto legato alla morte passa dalla realtà alla storia dell’arte e assume un significato profondo di una vera e propria “meditatio” sul limite della vita e delle cose. E se il lavoro pittorico è la struttura di questa serie di opere, non possiamo dimenticare che grande parte del lavoro di Dall’O si è sempre sviluppato sul tema degli oggetti e del distacco dalla vita. L’uso per esempio delle ossa, dei crani di cervo, simbolo non solo cristiano, ma anche rimando al bucranio  (cranio di bue) michelangiolesco, decorazione ma anche immagine del trapasso, della scadenza vitale. Arnold Mario Dall’O con i suoi files sta creando un gigantesco omaggio alla simbolicità che accompagna il mondo occidentale nella sua  trasformazione e decadenza. La morte  certamente diventa in questo modo una presenza, per paradosso, ma soprattutto come traccia visiva indelebile. Lo sappiamo che quel che rimane sono le immagini, tecnologiche o meno, ma sono loro che restano e documentano l’esistenza trascorsa. Il capolavoro di Adolfo Bioy Casares  “L’invenzione di Morel” è un romanzo, e un film, dedicato alla vita che si perpetua tramite una macchina azionata dalle maree, che ha catturato gli ultimi giorni di vita di un gruppo di persone su di un isola e li restituisce ogni giorno, sempre uguali. Morire vuol dire diventare un’immagine. Ed è curioso che proprio attraverso la piazza virtuale del web, oggi, i volti dei morti che non hanno nome, vengono mostrati per essere riconosciuti, per tentare, attraverso il loro riconoscimento, di  saldare un’identità a un volto. Così come nell’Ottocento a Parigi fu inventata la morgue, cioè un luogo in cui i morti senza nome venivano portati ed esposti ad un possibile riconoscimento. La rete oggi attualizza quella invenzione e la sostituisce con la tecnologia del XXI secolo. Le cose cambiano per rimanere sempre uguali.

Allora il progetto di Arnold Mario Dall’O diventa un punto di vista straordinario sulla realtà attuale proprio perché riesce a cogliere questa dimensione in cui l’attualità delle forme si lega alla memoria collettiva. Still.life assume quindi il significato non solo di una ripresa di un genere artistico fondamentale, ma anche un gioco linguistico attraverso cui si racconta di qualcosa che è “ancora vita”, che non si è spento del tutto. Dall’O sa anche che l’arte ha questo strano destino, di estraniarsi sempre un po’ dalla vita, di isolarsi, ma nello stesso tempo di riuscire a dare eternità al transeunte, a ciò che trascorre o si spegne. Mettendo insieme cronaca e citazione colta, cultura alta e bassa, l’artista sa che, comunque, attraverso la propria arte sta creando un universo in cui tutto ciò che si rappresenta con le sue implicazioni culturali o archetipiche, trova una collocazione.  Questo progetto artistico diventa anche un’elaborazione culturale complessa perché porta sullo stesso piano il cadavere anonimo con il memento mori della pittura classica.

E in fondo è questo che chiediamo all’arte contemporanea: farci guardare al mondo attuale con occhi diversi e di collegare quello che vediamo a quello che è stato prima di noi. La morte non è un dato di fatto che la civiltà dei media amplifica e alla fine banalizza reiterandone le immagini, ma un aspetto che collega l’individuo alla collettività. Così come, e Dall’O lo racconta con le sue opere, i modi del morire, il diventare forma simbolica da parte degli esseri viventi, segna esattamente il passaggio tra natura e cultura. Tutto per noi entra in questa opposizione che si scioglie sempre a favore della seconda. Morire è un fatto culturale e per questo l’arte se n’ è appropriata. Dandole una permanenza, una sostanza di eternità che ne costituisce il superamento. Il fatto biologico viene assorbito dal cordoglio, dalla memoria, dalla visione di quello che accade dopo.

Still.life diventa allora l’indicazione di un transito, di un passaggio: dalla natura alla cultura. Quel che resta è proprio questo, non sappiamo cosa sia realmente la morte, ma la nostra cultura ci dà un significato. E se la civiltà mediatica tende a quantificare la morte, a creare iperboli matematiche di stragi e catastrofi, la pittura e l’arte in genere, ripristinano la distanza individuale, tra opera e pubblico, tra l’artista e le immagini. Arnold Mario Dall’O con questo progetto prende ancora una volta le distanze dal mondo digitale, ma aprendosi ad esso, indagando i suoi meccanismi, cogliendo nella sua produzione infinita quegli aspetti che l’arte può riconoscere e dare un nome. Sottrae immagini  dalla simultaneità del web, però le restituisce al tempo attraverso la tecnica lunga del saper fare, attivando la manualità come tempo e luogo del pensiero. Attraverso la dura e severa pratica della pittura o con assemblaggi meticolosi e attenti, Dall’O affronta nel suo percorso artistico il tema dei temi. La morte è vista non come scomparsa, ma come trasformazione, come dato non eludibile di cui la cultura si appropria per inserirlo in un sistema di valori  permanenti e paradossalmente, immortali.

Die Bilder des Todes geben zu verstehen, dass am Ende des Lebens nur noch sie übrig bleiben. Die Bilder der Toten, gleich „Stillleben“ einer im Verfall begriffenen Natur, und die Betrachtung des Endes sind Beweise der Endlichkeit des Menschen. Das Leben ist die Seele der Lebewesen. Bilder sind eine künstliche Verlängerung des Biologischen, des für immer Vergangenen, das der Bewegungslosigkeit und Unbeseeltheit anheim gefallen ist. Was übrig bleibt vom Tag, vom Dasein, sind flüchtige Spuren, entsetzlich ernste oder groteske, zuweilen auch tragische. Arnold Mario Dall’O hat begriffen, dass das Herunterladen von Fotos aus dem Internet, die Tote aus aller Welt zeigen, lediglich die Fortsetzung der Idee darstellt, dass der Tod eine Spur unter den Lebenden ist. Wir kennen den Tod nicht wirklich, denn wie Lukrez so treffend sagte: „Wenn wir da sind, ist der Tod nicht da, und wenn der Tod da ist, sind wir nicht da.“ Den Tod kann man sich nur vorstellen und fürchten. Dennoch geistert er gespensterhaft durch die gesamte abendländische Kunst, und Gespenster sind auch seine Repräsentationen, wie Aby Warburg in einer großartigen Eingebung erkannte. Damien Hirst wiederum, der im wirklichen Leben in einem Leichenschauhaus gearbeitet hat, verlieh dem Tod eine zeitgenössische Bedeutung und machte mit Die physische Unmöglichkeit des Todes im Denken eines Lebenden deutlich (den berühmten Hai in Formalin hat der Künstler erst kürzlich zurückgekauft), dass er aufseiten der abendländischen Philosophie steht.

Arnold Mario Dall’O setzt sich seit jeher mit den „Western Files“ auseinander (der Ausdruck stammt von mir), mit dem Archiv abendländischer Bilder und ihrem Wiederkehren und Weiterleben in den traditionellen Kulturen bis in unsere heutige Kultur hinein. Er ist ein Künstler, der auf das Visuelle aus ist, und auf diese Weise entdeckt er erstaunliche und faszinierende Übereinstimmungen zwischen den Symbolen. Alle seine Arbeiten haben mit der „Migration der Symbole“ zu tun (Rudolf Wittkover) und damit auch mit der besonderen Vitalität der bildhaften Zeichen, deren Bedeutung sich im Laufe der Jahrhunderte zwar änderte, weil sie sich von Epoche zu Epoche aktualisierten, die aber zugleich immer ein Stück eigener Vergangenheit und Herkunft mit sich führen. Auch der Tod durchlief diesen Prozess, weshalb seine Darstellung selbst noch im Zeitalter des Readymade geheimnisvoll und zugleich immer neu ist. Dall’O hat den hervorragenden Einfall gehabt, Bilder, die auf die tote Natur verweisen, wie man sie von Caravaggio und den flämischen Malern nach ihm kennt, auf eine Stufe mit den Fotografien unbekannter Toter aus dem Web zu stellen. Auf einer Stufe deshalb, weil der Künstler auf der visuellen Ebene arbeitet und nicht auf der Ebene der spezifischen Bedeutung, und er aus dem Vorgefundenen, dem Gegebenen, eine neue Semantik erschafft. Aber noch ein weiterer, grundlegender Aspekt spielt in die Poetik seines Projekts hinein: die Technik. Seine Malerei knüpft an die altmeisterliche Machart an, seine Stillleben sind eine Hommage an die verrinnende Zeit, auch im Hinblick auf den Bildaufbau und die Wahl der Technik. Für die Realisierung seiner „Gemälde“ braucht Dall’O mehrere Tage. Mit dem Pinsel rekonstruiert er eine Pixel-Textur und lässt auf diese Weise zu, dass die Malerei sich die digitale Welt zurückerobert.

Seine Vorgehensweise, die raffiniert und tiefgründig ist und vor allem angekoppelt an ein Projekt, das den Tod zum Thema hat, schwenkt von der Realität zur Kunstgeschichte und erlangt die tiefere Bedeutung einer echten „Meditation“ über die Grenzen des Lebens und der Dinge. Doch obwohl die malerische Arbeit die Struktur dieser Werkserie ausmacht, dürfen wir nicht vergessen, dass der Großteil der Arbeiten von Dall’O sich thematisch immer um Gegenstände und die Loslösung vom Leben dreht. So ist beispielsweise der Hirschschädel, den er verwendet, nicht nur christlich konnotiert, sondern verweist auch auf Michelangelos Ochsenschädel, ist er Verzierung und zugleich Sinnbild des Hinscheidens, der Hinfälligkeit des Lebens. Mit seinen Files erschafft Dall’O eine gigantische Hommage auf die Symbolik des Abendlands, die dessen Wandel und Niedergang begleitet hat. Auf diese Weise erlangt der Tod paradoxerweise eine Präsenz, und zwar vor allem als sichtbare, unauslöschliche Spur. Was bleibt, sind Bilder, soviel wissen wir, egal mit welcher Technik sie entstanden sind. Sie sind es, die weiter bestehen und das gelebte Leben dokumentieren. Morels Erfindung, das Meisterwerk von Adolfo Bioy Casares, ist ein Roman (und Inspiration für einen Film) über das Leben, das mit Hilfe einer Maschine verewigt wird, die, angetrieben durch die Gezeiten, die letzten Tage aus dem Leben einer Gruppe von Menschen auf einer Insel eingefangen hat und sie tagtäglich unverändert zurückgibt. Sterben bedeutet zum Bild werden. Es ist schon seltsam, dass heute ausgerechnet über die virtuelle Plattform des Web die namenlosen Gesichter der Toten gezeigt werden, damit man sie wiedererkennt, und dass über dieses Wiedererkennen versucht wird, einem Gesicht eine Identität anzuheften. Genau so wurde im 19. Jahrhundert in Paris die Morgue erfunden, das Leichenschauhaus, wo man die namenlosen Toten hinbrachte und aufbahrte in der Hoffnung, dass jemand sie wiedererkannte. Heute aktualisiert das Netz jene Erfindung und ersetzt sie durch die Technologie des 21. Jahrhunderts. Die Dinge ändern sich, um immer gleich zu bleiben.

Das Projekt von Arnold Mario Dall’O eröffnet eine außergewöhnliche Perspektive auf die heutige Wirklichkeit, eben weil es ihm gelingt, jene Dimension einzufangen, in der die Aktualität der Formen sich mit dem kollektiven Gedächtnis verbindet. Damit ist Still.life nicht nur eine Wiederaufnahme eines elementaren Kunstgenres, sondern auch ein Sprachspiel, anhand dessen von etwas erzählt wird, das noch Leben in sich hat, also nicht ganz erloschen ist. Dall’O weiß auch um das seltsame Los der Kunst, nämlich dass sie sich immer ein bisschen dem Leben entfremdet, sich absondert, und gleichzeitig die Fähigkeit besitzt, dem Vergänglichen, Verrinnenden, fast Erloschenen Ewigkeit zu verleihen. Dennoch weiß der Künstler, indem er Bericht und Zitatfund, hohe und niedere Kultur zusammenfügt, dass er mit seiner Kunst ein Universum erschafft, in dem alles Dargestellte mitsamt den kulturellen und archetypischen Implikationen seinen Platz findet. Das Kunstprojekt wird dann zu einer komplexen Kulturarbeit, weil es den anonymen Leichnam auf dieselbe Stufe stellt wie das Memento mori der klassischen Malerei.

Nichts anderes erwarten wir im Grunde genommen von der zeitgenössischen Kunst: dass wir durch sie die heutige Welt mit anderen Augen betrachten und dass sie eine Verbindung herstellt zwischen dem, was wir sehen, und dem, was vor uns da war. Der Tod ist keine Gegebenheit, die durch die Kultur der Medien verstärkt und am Ende durch die Wiederholung der Bilder banalisiert wird, sondern eine Angelegenheit, die das Individuum mit der Gemeinschaft verbindet. Die Arten des Sterbens, das Umwandeln in eine symbolische Form durch die Lebenden – nichts anderes erzählt Dall’O mit seinen Werken – markieren den Übergang der Natur zur Kultur. Alles, was uns betrifft, hat mit dem Gegensatz von Natur und Kultur zu tun, der sich immer zugunsten Letzterer aufhebt. Das Sterben ist eine kulturelle Gegebenheit, deshalb hat sich die Kunst seiner bemächtigt, verleiht ihm Dauer und eine unvergängliche Substanz, die seine Überwindung begründet. Die biologische Gegebenheit wird resorbiert durch Trauer, Erinnerung und Vorstellungen darüber, was danach kommt.

Damit wird Still.life zum Hinweis auf einen Transit, einen Übergang der Natur zur Kultur. Was bleibt, ist nur: Wir wissen nicht, was der Tod wirklich ist, aber unsere Kultur gibt ihm eine Bedeutung. Mag sein, dass die Kultur der Medien zur Quantifizierung des Todes, zur Darstellung von Massakern und Katastrophen in Exponentialkurven neigt, doch die Malerei und die Kunst ganz allgemein stellen den individuellen Abstand zwischen Werk und Betrachter, Künstler und Bildern wieder her. Mit diesem Projekt nimmt Dall’O erneut Abstand von der digitalen Welt, allerdings indem er sich ihr gegenüber öffnet, ihre Mechanismen auslotet und diejenigen Aspekte aus ihrer grenzenlosen Produktion schöpft, die die Kunst wiedererkennen und mit einem Namen versehen kann. Er entzieht Bilder der Gleichzeitigkeit des Web und gibt ihnen durch die althergebrachte Technik des „Savoir-faire“ Zeitlichkeit wieder, indem er das Handwerk als Zeit und Ort des Denkens reaktiviert. Auf seinem künstlerischen Weg setzt sich Dall’O, mal die harte und strenge Praxis des Malens, mal die akkurate und behutsame Technik der Assemblage anwendend, mit dem Thema aller Themen auseinander. Tod bedeutet für ihn nicht Verschwinden, sondern Transformation, eine unabwendbare Gegebenheit, derer sich die Kultur bemächtigt und in ein System dauerhafter und paradoxerweise unsterblicher Werte einbaut.